La quantità di zucchero presente nel sangue è ciò che determina il diabete. Il ciclismo, sport di resistenza per eccellenza, rappresenta un’ottima terapia per questa malattia.

Il diabete è una malattia metabolica che interessa il metabolismo degli zuccheri, in particolare il glucosio. Esistono due forme principali: il diabete insulinodipendente o tipo uno e non insulinodipendente o tipo due, che corrispondono, in generale, alla forma giovanile e a quella senile. Il diabete insulinodipendente, infatti, colpisce i giovani, mentre la forma non dipendente tende a comparire con il passare degli anni. L’attività sportiva, per questa malattia, è particolarmente importante, in quanto ha un effetto terapeutico, specie per la forma non dipendente. Il ciclismo, da questo punto di vista, non è da meno. Ma la pratica di un’attività sportiva, in questi casi deve essere svolta con alcune accortezze, ed è dunque indispensabile che l’attività sia programmata in accordo con il medico e che ci si sottoponga a controlli periodici. Il diabete è una malattia che, se non viene tenuta sotto controllo, a lungo andare causa danni a organi importanti, che possono controindicare l’attività fisica. Ma gli atleti diabetici sono molti, anche di un certo livello, a dimostrazione di come questa malattia può essere compatibile, se tenuta accuratamente sotto controllo, con l’attività anche a livello agonistico.

La glicemia
La glicemia è la quantità di zucchero nel sangue e normalmente varia da 70 mg/dl a 100 mg/dl. I valori dipendono dalla capacità dell’organismo di controllare che questa quantità rimanga stabile entro i valori di normalità. Il controllo è effettuato attraverso un ormone, l’insulina, che viene prodotta dal pancreas, una ghiandola che produce ormoni ed enzimi per la digestione. L’insulina interviene per far abbassare i valori di glicemia quando salgono, per esempio dopo aver mangiato, quando l’aumento della glicemia è normale. Il glucosio, prodotto di digestione dei carboidrati alimentari, viene assorbito a livello intestinale e finisce nel sangue con il conseguente aumento della glicemia. Prontamente il pancreas mette in circolo l’insulina, affinché i valori di glicemia tornino nella norma. La glicemia postprandiale dipende non solo dalla quantità di zuccheri ingerita, ma anche dal tipo di questi ultimi. Aumenta maggiormente se si assumono i cosiddetti zuccheri semplici, meno se gli zuccheri sono carboidrati complessi, come quelli che derivano dal pane, dalla pasta, dal riso, dalle patate. Ogni alimento carboidratico ha un suo indice glicemico: cioè, a parità di quantità ingerita, ha una capacità maggiore o minore di far salire la glicemia.

Cos’é il diabete
Il diabete è un’alterazione del metabolismo del glucosio. La glicemia, la quantità di glucosio nel sangue, è un valore che può variare solo entro certi limiti. Valori superiori o inferiori alla normalità sono un segnale che qualcosa non funziona correttamente. Bisogna però tenere in considerazione che non è comunque un valore stabile, ma oscillante. Le oscillazioni dipendono dal glucosio stesso o, meglio, sono in relazione al pasto e alla quantità di zuccheri assunta e al tipo di zuccheri. Questo è il motivo per cui il controllo della glicemia, per essere attendibile, deve essere assolutamente effettuato a digiuno. Nel diabete, i valori di glicemia sono superiori alla norma, più o meno a seconda della gravità della malattia e, in parte, del tipo di diabete. L’aumento della glicemia ha una causa diversa nei due differenti tipi di diabete. Nel diabete di tipo uno, insulinodipendente, giovanile, la causa è un’insufficiente produzione di insulina da parte del pancreas. Chiaro che, in questo, caso l’unica terapia possibile è la somministrazione di insulina, che provvede dove il pancreas non riesce. Nel secondo tipo, l’insulina viene prodotta dal pancreas, ma non riesce ad abbassare la glicemia. In questo caso si ricorre ad altri farmaci, in grado di riportare la glicemia nella norma. Il diabete non insulinodipendente è spesso associato all’obesità.

Come scoprirlo
Il diabete insulinodipendente, in genere, colpisce i giovani di età inferiore ai trent’anni e spesso la malattia esordisce in giovane età. I sintomi principali sono: la sete; il bisogno di urinare molto e la conseguente disidratazione all’eliminazione di urina, prodotta in eccesso per colpa del troppo glucosio; il dimagramento, nonostante si mangi regolarmente. Questo diabete è pericoloso, perché può portare al coma, chiamato “chetoacidosico”, se non si interviene tempestivamente. Il diabete non insulinodipendente si scopre, in genere, con un controllo del sangue, dove la glicemia risulta superiore alla norma. Si parla di diabete quando la glicemia, a digiuno, è superiore a 140 mg/dl. Negli altri casi, quando la glicemia è di poco inferiore a 140 mg/dl, si parla di intolleranza al glucosio oppure di stato prediabetico. Non sempre è sufficiente l’esame della sola glicemia a digiuno. Possono essere necessari altri controlli della glicemia, come la curva glicemica (una serie di prelievi nell’arco della giornata, con controlli anche dopo mangiato) oppure la curva da carico. Nella curva da carico dopo aver effettuato un prelievo per la glicemia a digiuno, si fa assumere al paziente una quantità specifica di glucosio puro e si controllano le variazioni della glicemia nelle due ore seguenti. Nel diabete si hanno, alla seconda ora, valori superiori ai 200 mg/dl, e poi, di solito, la glicemia torna nella norma, mentre negli altri casi si parla di intolleranza al glucosio.

La cura
Nel diabete giovanile l’unica cura efficace, oltre alla dieta è l’insulina
. Nel diabete non insulinodipendente il primo approccio è in genere dietetico, con l’eliminazione di tutti gli zuccheri semplici e la sola assunzione di zuccheri complessi in quantità appropriate. Un eventuale sovrappeso deve essere naturalmente corretto. In caso la dieta non fosse sufficiente, si ricorre a specifici farmaci, i cosiddetti ipoglicemizzanti orali. Indispensabile è mantenere la glicemia il più vicino possibile alla normalità ed evitare gli sbalzi. A lungo andare possono insorgere complicazioni che interessano il rene, l’occhio, il sistema nervoso. Le cure devono essere seguite con estrema precisione e si deve dare ascolto al medico. Controlli periodici, sia del sangue che specialistici, devono sempre essere fatti, oltre che per controllare la malattia diabetica, anche per valutare eventuali danni secondari da essa provocati.

Diabete e sport
L’attività sportiva, in particolare il ciclismo, non è controindicata per chi soffre di diabete, mentre sono controindicati i danni secondari che la malattia può causare. Il ciclismo, poiché è un’attività fisica regolare, di resistenza, è quindi consigliato ai diabetici, perché aiuta a tenere sotto controllo la malattia. Nel diabete giovanile riduce il fabbisogno giornaliero di insulina e nell’altra forma aiuta a ridurre la glicemia oltre a favorire la perdita di peso. L’attività, comunque, va fatta sotto controllo medico, soprattutto nel caso della forma giovanile di diabete: una dose non adeguata di insulina, ad esempio, potrebbe causare un eccessivo abbassamento della glicemia durante l’attività sportiva. Si consiglia sempre, a chi soffre di diabete giovanile, di aver con sé dello zucchero a rapido assorbimento, da assumere qualora scenda eccessivamente la glicemia. Per quanto riguarda l’altra forma abbassamenti eccessivi non accadono. O, meglio, gli abbassamenti, le cosiddette crisi di fame, possono capitare, come capitano a tutti, quando l’intensità e la durata dell’attività comportano un dispendio energetico complessivo superiore alle riserve energetiche senza un’adeguata assunzione di calorie. Le strategie prevedono, quindi, un’attività fisica e un’alimentazione controllata. L’alimentazione deve fornire tutte le proteine, sali minerali e vitamine necessari, contenere pochi grassi, solo di origine vegetale, e carboidrati in quantità adeguate. Oltre alla quantità di carboidrati assunta, è importante il tipo e la distribuzione dei pasti nella giornata. Sono sempre preferibili piccoli pasti ma frequenti