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Aumentare la temperatura corporea prima di cominciare una
prestazione atletica è indispensabile per la buona riuscita della “performance”.
Vediamo, allora, come e quanto riscaldarci.
Prima di
una competizione o di uno sforzo muscolare, si utilizza il riscaldamento (“warm up”): un’attività fisica
intensa, ma non faticosa, che aiuta a migliorare le capacità di prestazione.
Vediamo cosa si sa, fino a oggi, sul riscaldamento:
malgrado le ricerche, infatti, molti aspetti sono ancora oscuri. la classificazione Gli aspetti relativi al riscaldamento,
sui quali sembra esserci un generale accordo, sono: la classificazione dei
diversi tipi di riscaldamento, la durata e l’intensità ottimale alla quale esso
va svolto. In generale, possiamo classificare il
riscaldamento in due gruppi principali: attivo, quando l’aumento della
temperatura corporea è determinato da un aumento del metabolismo (quindi, la
fonte di calore è lo stesso muscolo che lavora); passivo, quando l’aumento
della temperatura corporea è determinato dal passaggio di calore dall’esterno
del corpo al suo interno.
Il riscaldamento attivo
Il riscaldamento attivo consiste in esercizi di vario
genere che, a loro volta, sono classificati in tre categorie, in base alla
relazione con lo sforzo da compiere. Il primo, il
riscaldamento “identico alla performance”, che viene anche detto riscaldamento
“formale o collegato”, è costituito da esercizi e azioni muscolari uguali, per
intensità, cinematica e dinamica, al gesto di gara. Ne sono esempio il
lanciatore di baseball, che durante il riscaldamento effettua
molti lanci usando la stessa posizione, forza e velocità utilizzate poi durante
la gara, o il giocatore di pallavolo, che prova il muro o la schiacciata. In
questi casi, tutto riproduce la gara, sia il gesto dell’atleta che la velocità di esecuzione che il mezzo usato. Il secondo
tipo di riscaldamento, “collegato direttamente alla performance”, consiste in
azioni muscolari uguali a quelle specifiche della gara, ma che non vengono compiute interamente oppure vengono effettuate a
intensità inferiore. Il ciclista, generalmente, mette in atto questo tipo di
riscaldamento, in quanto utilizza sia il gesto che i
mezzi tipici della gara, ma non la distanza (nel caso di gare di lunga durata)
o la velocità (nel caso di gare brevi).
Il riscaldamento “collegato indirettamente”
Il terzo tipo, il riscaldamento “collegato indirettamente”, è invece costituito
da azioni e movimenti del tutto, o in parte, aspecifici
rispetto a quelli di gara e tali da non riprodurre l’intensità propria della
gara stessa. Ne fanno parte, quindi, tutte le attività fisiche che hanno come
obiettivo l’aumento della temperatura corporea e la facilitazione della
conduzione neuromuscolare e, pertanto, prolungate nel
tempo e non di elevata intensità: ad esempio, il
tennista che si riscalda correndo. Simile al “riscaldamento indiretto” in
quanto a obiettivi, è il riscaldamento passivo, con il
quale ci si propone di aumentare la temperatura corporea senza fare eseguire
all’atleta nessun esercizio: ciò si ottiene riscaldando il corpo dall’esterno
con massaggi, bagni e docce calde. Il riscaldamento, quindi, è da considerarsi
a tutti gli effetti una “strategia” complessa e
risulta ormai superato il principio che identificava il riscaldamento in uno
sforzo continuo da svolgere a un’intensità di circa il 60 per cento della
massima potenza aerobica (VO2 max) per almeno 20
minuti.
Il meccanismo del riscaldamento
In primo luogo, il riscaldamento non deve
assolutamente portare alla fatica e all’esaurimento delle sostanze energetiche,
così da incidere negativamente sulla prestazione. Per quanto riguarda i
vantaggi, invece, sono sia di ordine fisiologico che
psicologico. Fisiologicamente, l’effetto principale del riscaldamento è
rappresentato dall’aumento della temperatura dei muscoli. Questo incremento
termico, determinato dall’aumento del metabolismo energetico, avrebbe l’effetto
di ridurre la viscosità dei muscoli, facilitandone, quindi, l’azione durante la
gara, in modo che l’atleta spenda meno energia per fare scorrere le fibre
muscolari l’una sull’altra. L’aumento della temperatura, ovviamente, riguarda
anche il sangue, e ciò favorisce la liberazione dell’ossigeno dai globuli rossi
alle cellule, rendendo queste ultime pronte a produrre energia, specialmente
per via aerobica. Questo meccanismo metabolico è ulteriormente favorito
dall’aumentato afflusso di sangue, sempre causato dall’esercizio pregara e dal rialzo della temperatura muscolare, che
facilita l’azione degli enzimi dei processi metabolici, non soltanto di quelli
aerobici, ma anche di quelli anaerobici, impegnati negli sforzi brevi e
intensi. Un altro aspetto, forse meno noto, è costituito dagli effetti del
riscaldamento sulla fisiologia neuromuscolare. Alcuni
autori, infatti, sostengono che il riscaldamento ha la proprietà di accelerare
la conducibilità nervosa (ovvero la velocità con cui lo stimolo nervoso arriva
dal cervello ai muscoli, in questo caso percorrendo i nervi periferici),
favorendo l’attivazione dei processi di contrazione muscolare all’inizio dello
sforzo.
In sintesi
In sintesi, tutte le componenti del processo di
contrazione muscolare si ritrovano in una situazione di relativa quiete
operativa quando il soggetto è a riposo, per poi passare a uno stato molto
attivo nel momento
dell’esercizio fisico. Ciascuna di queste componenti
ha una capacità di funzionamento direttamente proporzionale alla temperatura
alla quale agisce (ovviamente, entro certi limiti): per esempio, se alla
temperatura normale corporea di 37 gradi la velocità di conduzione di uno
stimolo lungo il nervo è di una certa entità, a 39 gradi questa sarà maggiore.
Lo stesso fenomeno riguarda tutte le altre componenti:
le fibre muscolari “calde” scivolano l’una sull’altra più facilmente e con meno
attriti di quelle fredde; i processi enzimatici che liberano energia diventano
più veloci nel caldo; l’emoglobina libera più facilmente l’ossigeno a 39 gradi
piuttosto che a 37 gradi; i vasi sanguigni vengono dilatati dal calore,
permettendo un maggiore afflusso di sangue ai muscoli. Tutti questi eventi
giustificano ampiamente il fatto che prima di ogni
allenamento, e ancor più prima di ogni gara, l’atleta esegua un corretto
riscaldamento.
Il meccanismo psicologico
Molti autori sostengono che il riscaldamento, in misura differente a seconda dello sport praticato, abbia un effetto positivo
anche per un’azione a livello psicologico. È stato sottolineato
come, negli sport in cui è richiesta notevole destrezza, il riscaldamento
identico, o diretto, migliori la “performance” e come, in generale, il
riscaldamento favorisca lo stabilirsi di un buono stato mentale. Alcuni autori
hanno anche osservato come il riscaldamento comporti un miglioramento dello
stato di reattività del sistema nervoso centrale, che
ha poi effetti benefici sul comportamento in gara.
La durata del riscaldamento
La durata di un buon riscaldamento dipende da almeno quattro fattori: le
caratteristiche individuali, la temperatura ambientale, la durata e l’intensità
richieste nella gara da affrontare, il livello di allenamento
dell’atleta. Infatti, tanto è più bassa la temperatura
ambientale, tanto più breve e intensa sarà la gara (o l’allenamento) e tanto
maggiore dovrà essere la durata del riscaldamento. Per quanto concerne il
livello di allenamento, va tenuto presente che i
soggetti più allenati sono anche più capaci di resistere alle variazioni di
temperatura interna, essendo il loro meccanismo di termoregolazione
estremamente efficace: in questo caso, per raggiungere la temperatura da gara,
il riscaldamento dovrà, ovviamente, essere protratto più a lungo e a una
maggiore intensità rispetto ai non allenati. La durata e l’intensità del
riscaldamento non sono codificabili, salvo il fatto che la temperatura corporea
deve essere di 1 o 2 gradi superiore a quella di
riposo. Ovviamente, è poco pratico misurare la temperatura di un atleta in fase
di riscaldamento, quindi può essere sufficiente fare riferimento al manifestarsi
di una leggera sudorazione.
Prevenire gli infortuni
Un ulteriore aspetto, che ha un’importanza notevole
per chi fa sport ad alto livello, e anche per l’amatore o il cicloturista, è
che il riscaldamento, grazie alla riduzione della viscosità muscolare, alla
capacità di ridurre la formazione di lattato
all’inizio della prestazione e all’azione di facilitazione di tipo neuromuscolare sul gesto tecnico che il ciclista si
appresta a compiere, viene considerato un mezzo fondamentale per ridurre gli infortuni,
particolarmente quelli muscolari (strappi, stiramenti, contratture...).
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